Jet russi, generale Tricarico: «Sconfinamenti sempre accaduti. Italia in grado di proteggere solo una porzione di territorio»
L'ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica: «La guerra ibrida è già qui e fa leva sulla nostra dipendenza dai sistemi digitali e satellitari»

Jet russi, generale Tricarico: «Sconfinamenti sempre accaduti. Italia in grado di proteggere solo una porzione di territorio»
di Marco Ventura
venerdì 26 settembre 2025
«La Russia non rappresenta una minaccia per nessuno e sbaglia chi vuole accreditarla come un possibile aggressore soprattutto rispetto alla Nato». È fredda l’analisi del generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e oggi presidente della Fondazione Icsa. «È grave buttare benzina sul fuoco favorendo il precipitare della situazione, perché allora sì che la Russia potrebbe aprire un nuovo fronte con la Nato. Eventi come gli sconfinamenti di velivoli e soprattutto quelli legati al crimine informatico vengono presentati come straordinari ma non lo sono. Bisogna mantenere sangue freddo, altro che abbattere aerei».
L’Italia è in grado di difendersi?
«Il nostro sistema di difesa è di qualità, ma va completato e rafforzato. Siamo
in grado di difendere alcune porzioni di territorio, non l’intero Paese. La
capacità è alta, ma la quantità è insufficiente. Occorre concepire una difesa a
più ampio raggio, che intercetti a quote e distanze maggiori. Questo processo
va sviluppato con Paesi alleati e amici, idealmente dentro uno scudo europeo.
Nel frattempo, soluzioni d’emergenza di cooperazione come l’utilizzo congiunto
dell’Arrow 3 contrattato dalla Germania con Israele potrebbero offrire
coperture complementari. Ma una copertura idonea richiede 5-10 anni. Per decenni
è sembrata improbabile una confrontazione convenzionale come in Ucraina. Ci
eravamo orientati, sbagliando, verso proiezioni di forza e missioni di
stabilizzazione. E questo ha influito sugli investimenti. Ora ci siamo
bruscamente risvegliati: la difesa europea va ripensata e messa al centro come
progetto operativo condiviso, sia per l’efficacia che per il risparmio.
Dobbiamo serrare le file».
Quali le minacce ibride?
«Su obiettivi puntiformi e temporanei come i grandi eventi siamo preparati e
professionali. L’Italia anticipò i tempi nel 2001, schierando l’antiaerea in
occasione del G8 di Genova: non fu bizzarria ma lungimiranza. Diverso è il
discorso della copertura del territorio nazionale: quello richiede sistemi e
risorse su scala molto più ampia. La guerra ibrida è già qui. Abbiamo visto
impieghi innovativi ucraini in Russia: droni trasportati in camion da forze
speciali, l’uso mirato contro infrastrutture e asset strategici. I droni sono
cresciuti in modo disordinato e rapido, creando scompiglio nelle difese
tradizionali, che faticano a fermare sciami o attacchi a bassa quota e grande
manovrabilità. Occorre sviluppare capacità specifiche, tattiche e contromisure
integrate, oltre a normare l’impiego e la produzione».
Che cosa deve preoccuparci di più?
«I rischi sono molteplici e vasti: reti energetiche, sistemi finanziari,
comunicazioni, controllo del traffico aereo. Il denominatore comune è la
dipendenza da sistemi digitali e satellitari: un attacco informatico mirato può
creare scompiglio ben oltre l’effetto fisico. Non bisogna neppure escludere
minacce non convenzionali, biologiche, chimiche, per le quali i militari si
sono già preparati. In sintesi: la protezione delle infrastrutture è centrale e
sempre più complessa, perché le vulnerabilità non sono solo fisiche ma digitali
e sistemiche».
Come va organizzata la responsabilità
tra Difesa e agenzie civili, per esempio l’Agenzia nazionale di cybersicurezza?
«Penso che abbia senso valutare una separazione delle funzioni operative
militari da quelle civili, almeno sul piano decisionale e operativo, così che
la Difesa possa muoversi con maggiore rapidità quando serve. Non si tratta di
isolamento totale, ma di creare un “vagone” più rapido, com’è accaduto in
passato con l’intelligence, che possa proteggere gli obiettivi militari
indipendentemente dalle lentezze burocratiche».
In caso di violazioni dello spazio
aereo, qual è il protocollo operativo e quando si arriva all’abbattimento?
«Esiste un codice di segnalazioni: si avvicina un velivolo con due caccia, uno
avanti e uno in coda, viene invitato a uscire dallo spazio violato con manovre
e segnali visivi battendo le ali, si ripete la procedura, si vira per invitarlo
ad andarsene, altrimenti lo si segue a distanza di sicurezza, a qualche decina
di metri, il contatto è visivo. L’abbattimento è l’extrema ratio, per esempio
quando un velivolo dirottato costituisce una minaccia imminente. Fino ad allora
prevalgono regole di ingaggio che cercano di evitare escalation non necessarie
ma tengono conto della sicurezza».
( da www.ilmattino.it )